Misure come l’estensione delle tutele contro le aggressioni sono un passo necessario, ma non basta. Questa riflessione denuncia anni di narrazione populista che ha delegittimato i dipendenti pubblici e propone un cambio di paradigma: investimenti, valutazione seria, trasparenza e riconoscimento del servizio pubblico come bene comune.
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Ricostruire le istituzioni restituendo dignità ai lavoratori pubblici
Si tratta di misure necessarie, e direi anche indispensabili, ma da sole insufficienti a sanare il grave vulnus alla considerazione sociale dei dipendenti pubblici inferto da anni da una narrazione superficiale, ideologica e populista. “Fannulloni”, “furbetti del cartellino”, privilegiati inamovibili: etichette ripetute fino a diventare senso comune. Ogni scandalo, ogni caso isolato di assenteismo o inefficienza è stato trasformato in paradigma. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una categoria vasta e composita è scesa ai minimi nella considerazione pubblica, schiacciata da una generalizzazione che non distingue tra responsabilità individuali e funzione collettiva.
Eppure, il dipendente pubblico non è un’entità astratta. È il medico che ti accoglie al pronto soccorso quando hai paura, l’infermiera che veglia di notte, l’insegnante che intercetta il talento o la fragilità di tuo figlio, l’agente che presidia il quartiere, l’impiegata comunale che ti aiuta a districarti tra pratiche e scadenze. È chi garantisce diritti fondamentali: salute, istruzione, sicurezza, giustizia, assistenza. Senza questo tessuto quotidiano, lo Stato non sarebbe un’idea, ma un’assenza.
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