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Previdenza complementare per militari e forze di polizia

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Che cos’è la previdenza complementare

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di previdenza complementare per il personale in uniforme. Se ne discute nei comunicati delle sigle APCSM rappresentative e non, nelle audizioni parlamentari e nelle sentenze che hanno affrontato la mancata attuazione della previdenza di comparto per Difesa, Sicurezza e Soccorso Pubblico.

Per comprendere appieno il significato di “previdenza complementare” cercheremo di rispondere ad alcune domande:
– Cosa si intende, davvero, per “previdenza complementare”?
– Perché, nonostante le norme già esistenti, militari e forze di polizia non hanno ancora un fondo pensione dedicato?
– Quali sono, in concreto, i vantaggi di una previdenza complementare per il personale non contrattualizzato?

La previdenza complementare: come si inserisce nel sistema pensionistico

Per capire cos’è la previdenza complementare basta guardare a come è costruito il sistema pensionistico italiano. Alla base c’è la pensione obbligatoria erogata al termine della vita lavorativa dall’INPS o dalle casse, finanziata con i contributi di lavoratori e datori di lavoro: è il primo pilastro della previdenza, comune a tutti.

Accanto a questo primo livello si colloca la previdenza complementare: fondi pensione negoziali, fondi aperti e PIP che consentono di accumulare nel tempo risorse su una posizione individuale, alimentata da contributi e, se previsto, da TFR/TFS. Le somme versate vengono investite e, al pensionamento, si trasformano in una rendita, in un capitale o in una combinazione delle due, che si aggiunge alla pensione pubblica senza sostituirla.

Il riferimento normativo è il d.lgs 252/2005, che disciplina il funzionamento dei fondi pensione e affida alla COVIP il compito di vigilare sulla loro correttezza, trasparenza e solidità.

Perché è nata la previdenza complementare

La previdenza complementare nasce come risposta alle grandi riforme degli anni ’90, in particolare alla legge 335/1995 (riforma Dini). Con il passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo e la progressiva riduzione del tasso di sostituzione, la sola pensione pubblica è diventata meno generosa rispetto al passato.

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Per limitare il calo del tenore di vita dei futuri pensionati, il legislatore ha previsto un secondo pilastro basato sui fondi pensione: una parte del TFR/TFS può confluire nella previdenza complementare, affiancata dai contributi del lavoratore e, in alcuni casi, del datore di lavoro, con il vantaggio della deducibilità fiscale entro i limiti di legge.

In sintesi, la previdenza complementare serve a colmare il divario tra l’ultimo stipendio e la futura pensione. Rispondendo alla seconda domanda, si può dire che per il comparto Difesa e Sicurezza questo secondo livello previdenziale è rimasto in gran parte sulla carta: le norme di principio esistono, ma non sono mai state completate le scelte politiche e i passaggi attuativi necessari a rendere operativo un fondo di comparto. Per questo militari e forze di polizia non hanno ancora un fondo pensione dedicato.

Quali vantaggi per il personale non contrattualizzato, Comparti Difesa e Sicurezza

Prima di proseguire, è necessario richiamare una distinzione fondamentale prevista dal decreto 165/2001. Nel pubblico impiego esistono due grandi categorie: il personale contrattualizzato, di cui all’art. 2 del d.lgs 165/2001, e il personale in regime di diritto pubblico, richiamato all’art. 3 dello stesso decreto. Alla prima appartengono, tra gli altri, i dipendenti civili delle amministrazioni statali, il cui rapporto di lavoro è regolato dal codice civile e dai contratti collettivi nazionali (CCNL). Alla seconda appartengono militari, forze di polizia, magistrati, diplomatici, prefettizi e altre figure per cui il rapporto di impiego resta disciplinato da ordinamenti speciali: esistono procedure negoziali e organismi di rappresentanza, ma l’esito finale non è un contratto collettivo in senso civilistico; le intese raggiunte nelle procedure negoziali sono recepite in un atto normativo (di regola un DPR) che disciplina il trattamento economico e normativo del personale.

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Quindi, per il personale in regime di diritto pubblico non contrattualizzato una vera previdenza complementare di comparto avrebbe vantaggi molto concreti. Permetterebbe di costruire, in modo collettivo e regolato, una pensione aggiuntiva in grado di compensare il calo del tasso di sostituzione dovuto al sistema contributivo e all’innalzamento dei requisiti di accesso.

Inoltre, un fondo pensione dedicato consentirebbe di utilizzare in modo più efficiente il TFS/TFR, beneficiando degli incentivi fiscali previsti per la previdenza complementare e di una gestione finanziaria professionale. In prospettiva, significherebbe arrivare al congedo con una prestazione integrativa strutturata, pensata sulla specificità delle carriere in uniforme, invece di affidarsi solo a risparmi individuali occasionali o a prodotti commerciali non calibrati sul comparto.

Un primo progetto di fondo di comparto

Negli ultimi anni è stato avviato anche un primo progetto di fondo pensione dedicato al personale dei comparti Difesa, Sicurezza e Soccorso pubblico, promosso da un’associazione di lavoratori e da alcune sigle rappresentative. Si tratta, in sostanza, di un’iniziativa pensata per costruire una previdenza complementare specifica per il personale in uniforme, ancora in fase di definizione e non operativa.

Cosa può fare oggi il personale in divisa?

In assenza di un fondo pensione di comparto, il personale militare e delle forze di polizia può comunque aderire a titolo individuale a fondi pensione aperti, piani individuali pensionistici (PIP), sfruttare i vantaggi fiscali generali della previdenza complementare (deducibilità dei contributi entro il limite annuo previsto).

Ma manca del tutto:

  • un meccanismo contrattuale di comparto;

  • l’eventuale contribuzione datoriale specifica;

  • una governance esplicitamente costruita sulla specificità di status e d’impiego di Difesa, Sicurezza e Soccorso pubblico.

Un “vuoto” che pesa sempre di più

Riassumendo, la previdenza complementare è lo strumento pensato dal legislatore per compensare la riduzione delle pensioni pubbliche provocata dal passaggio al contributivo. Nel pubblico impiego contrattualizzato i fondi pensione negoziali sono una realtà consolidata. Per il comparto Difesa e Sicurezza le norme di principio esistono, ma la previdenza complementare di comparto non è mai stata attivata. Ad oggi nessun fondo pensione complementare di comparto risulta effettivamente operativo per il personale di Difesa, Sicurezza e Soccorso pubblico.

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In questo scenario:

  • il tempo gioca contro il personale in divisa, perché ogni anno trascorso senza previdenza complementare di comparto riduce la possibilità di colmare il gap tra stipendio e futura pensione;

  • la discussione sulla “previdenza” per Difesa, Sicurezza e VVF non può più essere rimandata, soprattutto alla luce degli ulteriori irrigidimenti dei requisiti pensionistici.

Nota

Le informazioni contenute in questo articolo derivano da fonti ufficiali (normativa, documenti COVIP, atti parlamentari) e da materiale divulgativo reputato affidabile. Non sostituiscono in alcun modo le indicazioni degli uffici amministrativi di appartenenza né una consulenza previdenziale personalizzata. Prima di assumere decisioni su pensione e previdenza complementare è sempre opportuno rivolgersi ai propri uffici e, se necessario, a un professionista abilitato.


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