La sicurezza europea torna a interrogarsi sulla propria autonomia strategica. Al centro del confronto c’è l’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea, spesso definito l’“articolo 5” dell’UE, ma con differenze operative ancora rilevanti rispetto alla clausola NATO.
L’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea, la clausola di difesa europea
L’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea prevede che, se uno Stato membro subisce un’aggressione armata sul proprio territorio, gli altri Stati dell’Unione abbiano verso di esso un obbligo di aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro potere, nel rispetto dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.
La clausola non cancella il ruolo della NATO. Lo stesso articolo 42.7 precisa che gli impegni assunti in ambito UE devono restare coerenti con quelli dell’Alleanza Atlantica, che per gli Stati membri dell’Unione appartenenti anche alla NATO continua a rappresentare il fondamento della difesa collettiva.
Il punto politico, oggi, è un altro: capire se l’Unione europea sia in grado di trasformare una previsione giuridica in uno strumento realmente utilizzabile in caso di crisi.
Il confronto con l’articolo 5 della NATO
Il paragone con l’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico è comprensibile, ma non perfetto. Entrambe le clausole richiamano il principio della mutua assistenza. Tuttavia, l’articolo 5 NATO si inserisce in un sistema costruito in decenni di pianificazione militare, comandi integrati, procedure condivise e prontezza operativa.
L’articolo 42.7 TUE, invece, resta meno definito sul piano pratico. Come rilevato anche dal Servizio di ricerca del Parlamento europeo, permangono margini di incertezza su modalità di attivazione, coordinamento dell’assistenza, ambito geografico e risposta a minacce ibride o cyber.
Anche l’esperienza concreta è limitata. L’articolo 42.7 è stato invocato una sola volta, dalla Francia dopo gli attentati di Parigi del 2015. L’articolo 5 NATO è stato anch’esso attivato formalmente una sola volta, dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001.
Il nuovo contesto geopolitico
Il ritorno dell’articolo 42.7 nel dibattito non nasce in astratto. La guerra in Ucraina, la pressione russa sul fianco orientale, le tensioni in Medio Oriente e l’instabilità dei rapporti transatlantici stanno spingendo l’Europa a interrogarsi sulla propria capacità di reazione.
In questo quadro si inseriscono anche le recenti dichiarazioni e decisioni statunitensi. La prospettiva di una riduzione della presenza militare americana in Europa, con l’annuncio del ritiro di una parte del contingente USA dalla Germania e le dichiarazioni attribuite a Donald Trump sulla possibile valutazione della presenza militare americana anche in Italia e Spagna, ha riaperto il tema della dipendenza europea dalla protezione statunitense.
Non si tratta necessariamente di sostituire la NATO, ma di rendere più credibile la componente europea della sicurezza collettiva.
La posizione di EUROMIL: la difesa passa dal personale
In questo quadro si inserisce anche l’approfondimento sull’articolo 42.7 TUE di EUROMIL, organizzazione europea che rappresenta associazioni e sindacati del personale militare. Il contributo richiama un aspetto spesso trascurato: ogni clausola di mutua assistenza dipende, in ultima analisi, dalle persone chiamate ad attuarla.
Il personale militare non è un fattore accessorio. Se l’Europa vuole costruire una capacità effettiva di sostegno reciproco, dovrà occuparsi anche di condizioni di lavoro, tutele legali, rappresentanza e riconoscimento professionale dei militari.
È questo il passaggio più concreto, e spesso trascurato, nelle discussioni sulla difesa europea. La solidarietà tra Stati non si misura solo nei trattati, ma nella capacità di predisporre strumenti, procedure e personale realmente adeguato. Senza questa dimensione operativa e umana, l’articolo 42.7 rischia di restare un segnale politico forte, ma ancora incompleto sul piano pratico.
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