Dopo gli incontri del 24 e 25 giugno in Funzione Pubblica, il confronto sul rinnovo 2025-2027 del comparto Difesa e Sicurezza resta aperto. Tra richiesta di nuove risorse, previdenza dedicata, mobilitazioni già annunciate e nodi fiscali ancora da chiarire, il fronte sindacale appare lontano da una sintesi condivisa.
Rinnovo contratto Difesa e Sicurezza 2025-2027, dopo i tavoli di giugno il fronte sindacale resta diviso
Gli incontri del 24 e 25 giugno 2026 presso la Funzione Pubblica hanno lasciato sul tavolo alcuni elementi che, pur con sfumature differenti tra le varie sigle, iniziano a delineare un quadro più leggibile sul rinnovo contrattuale del comparto Difesa e Sicurezza per il triennio 2025-2027. A partire da questi elementi, proponiamo un approfondimento e alcune riflessioni per comprendere meglio le condizioni rimaste in sospeso al termine degli incontri di giugno.
Al termine delle due giornate di contrattazione non emerge una posizione unitaria del fronte sindacale. Dai comunicati diffusi a margine dei tavoli si distinguono però due linee di fondo simili, ma sviluppate con approcci differenti: da una parte le sigle che ritengono impraticabile la firma in assenza di ulteriori risorse, dall’altra quelle più orientate a chiudere il contratto in presenza di alcune garanzie concrete sulla previdenza dedicata e complementare, o almeno di una sua prima attuazione. Il filo di unione, però, resta quello delle risorse insufficienti.
Nuove risorse e legge di bilancio restano centrali
Dal quadro emerso risulta che una parte delle organizzazioni intervenute dopo il confronto di giugno ha ribadito, con toni diversi, che il contratto non dovrebbe essere chiuso senza un ulteriore stanziamento economico.
Secondo quanto riferiscono i comunicati di alcune sigle, l’attuale quadro finanziario non sarebbe sufficiente a dare risposte adeguate al personale, soprattutto in rapporto alla perdita di potere d’acquisto maturata negli ultimi anni. Nel comparto Difesa, questa linea trova riscontro anche nel comunicato congiunto delle APCSM di maggioranza del tavolo negoziale, che richiama l’insufficienza delle risorse, l’assenza di risposte concrete sulla previdenza dedicata e la mancanza di condizioni per la firma nelle attuali circostanze. In questa prospettiva, prende corpo anche l’idea di attendere la prossima legge di bilancio e di insistere perché il Governo individui nuove risorse da destinare a questo rinnovo.
Questa impostazione contribuisce anche a spiegare perché, per una parte delle sigle, la chiusura del negoziato potrebbe realisticamente slittare oltre l’estate, nella prospettiva di verificare se la prossima legge di bilancio offrirà margini concreti per rafforzare il rinnovo sul piano retributivo.
Previdenza dedicata: un nodo che si affianca a quello delle risorse
Accanto al tema delle risorse, dai comunicati diffusi dopo i tavoli emerge anche un altro punto: la previdenza dedicata continua a essere considerata da più sigle una condizione rilevante del negoziato.
Nel comparto Difesa, il comunicato congiunto delle APCSM di maggioranza del tavolo negoziale collega infatti il tema previdenziale all’insufficienza delle risorse e alla mancanza di condizioni per la firma nelle attuali circostanze. In questa chiave, la previdenza dedicata non appare come un tema alternativo a quello salariale, ma come un ulteriore nodo irrisolto che si somma alla richiesta di maggiori stanziamenti.
In alcuni resoconti del comparto Sicurezza, il tema previdenziale sembra invece assumere anche un peso autonomo, fino a diventare una delle condizioni principali per valutare l’eventuale chiusura del rinnovo. Più che una linea realmente alternativa, emerge quindi una diversa gerarchia delle priorità: per una parte delle sigle il punto centrale resta innanzitutto l’aumento delle risorse, mentre per altre il negoziato può trovare uno sbocco solo in presenza di garanzie concrete sulla previdenza diretta e, in prospettiva, su quella complementare.
Questa differenza di impostazione aiuta a capire perché il fronte sindacale, pur condividendo molte criticità di fondo, non si presenti oggi con una posizione del tutto uniforme sui tempi e sulle condizioni della firma.
Le mobilitazioni tra il 18 giugno e il 18 luglio
Sul fronte delle iniziative pubbliche, la mobilitazione del 18 giugno non sembra avere prodotto, allo stato dei comunicati e degli sviluppi pubblici successivi, una svolta evidente sul piano politico o negoziale, mentre il malcontento continua a emergere in più prese di posizione.
In questo contesto si inserisce anche il percorso organizzativo della manifestazione nazionale del 18 luglio a Roma, già formalizzata da alcune sigle dei comparti Difesa e Sicurezza. Per ora le organizzazioni promotrici restano quelle che hanno annunciato l’iniziativa; al momento non risultano ulteriori adesioni formalizzate, anche se il quadro resta da osservare nelle prossime settimane.
In questo senso, più che per effetti immediati oggi non ancora misurabili, la mobilitazione del 18 luglio potrà valere soprattutto come indicatore del livello di convergenza tra le diverse rappresentanze dei comparti.
Ripartizione dei fondi, parametri e gradi: i primi dati diffusi dalle sigle di polizia
Un ulteriore elemento emerso dopo i tavoli riguarda la pubblicazione, da parte di alcune sigle della Polizia di Stato, di schemi e tabelle sulla ripartizione delle risorse per parametro e per grado.
Si tratta di un passaggio rilevante perché consente di iniziare a tradurre il confronto negoziale in effetti economici più concreti, almeno sul piano teorico. La diffusione di questi prospetti contribuisce infatti a dare una prima misura dell’impatto economico del rinnovo sulle diverse qualifiche, pur nel quadro di una trattativa ancora non definita.
Questi elementi potranno diventare particolarmente utili anche nel dibattito interno ai comparti, perché spostano la discussione da un piano esclusivamente politico a uno più tecnico e pratico, centrato sugli incrementi concretamente ipotizzabili per le varie posizioni ordinamentali.
Aumenti, bonus, IRPEF e fiscal drag: temi da approfondire
In questo contesto si inserisce anche una questione che merita un approfondimento specifico: il rapporto tra aumenti contrattuali, tassazione e possibile perdita di benefici fiscali collegati al reddito.
Secondo una lettura illustrata anche da Militari Amministrativa in un post dedicato agli effetti del rinnovo sul netto in busta paga, un aumento contenuto e limitato alle risorse oggi disponibili potrebbe, in linea generale, non determinare particolari squilibri reddituali, ma produrre comunque effetti netti ridotti. Diverso sarebbe il caso di incrementi più elevati: in quella situazione potrebbe emergere il rischio per una platea di personale di superare soglie di reddito collegate a benefici, detrazioni o altre agevolazioni, con la conseguente riduzione del vantaggio reale per effetto della perdita di tali misure, delle soglie Irpef e del peso del cosiddetto fiscal drag. Proprio per questo, eventuali nuovi stanziamenti dovrebbero essere valutati in misura sufficientemente ampia da tenere conto anche delle possibili perdite indirette legate al mutamento della fascia reddituale.
Si tratta di un ragionamento plausibile, che Militari Amministrativa ha sintetizzato in ambito social. Per verificarlo in maniera puntuale servirebbero però simulazioni numeriche sulle diverse fasce di reddito, meglio ancora se riferite a singole situazioni personali. Più che una conclusione già acquisita, il tema rientra quindi in una riflessione più ampia volta a capire quale incremento contrattuale possa tradursi in un beneficio netto realmente percepibile per il personale interessato. Le ipotesi richiamate di seguito hanno valore puramente teorico e descrittivo e non sostituiscono simulazioni individuali o verifiche fiscali personalizzate.
Tre aree Irpef, benefici fiscali e rischio teorico di assorbimento
Per comprendere il ragionamento, la lettura può essere ricondotta anzitutto alle tre aree Irpef oggi vigenti: fino a 28.000 euro, oltre 28.000 e fino a 50.000 euro, oltre 50.000 euro. All’interno di queste tre aree vanno poi collocati i benefici fiscali, perché l’effetto reale di un aumento non dipende solo dall’aliquota nominale, ma anche dall’eventuale riduzione o perdita di bonus e detrazioni e dal peso del cosiddetto fiscal drag.
In questa prospettiva, il fiscal drag può essere descritto come quel meccanismo per cui un aumento nominale della retribuzione, se non accompagnato da un adeguato riequilibrio del prelievo e delle soglie fiscali, rischia di produrre un vantaggio netto inferiore a quello atteso, soprattutto quando si somma alla riduzione di benefici collegati al reddito. Di seguito proponiamo alcuni esempi puramente teorici, utili a comprendere i meccanismi e a ipotizzare aumenti orientati alla copertura delle possibili perdite:
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Prima area Irpef: fino a 28.000 euro (aliquota 23%). È la fascia in cui si concentrano più benefici legati al reddito. Qui rientrano il Trattamento Integrativo, riconosciuto in via generale fino a 15.000 euro e in casi specifici anche oltre, il bonus ex legge 207/2024 fino a 20.000 euro e, sopra questa soglia, l’ulteriore detrazione riconosciuta fino a 40.000 euro, ma piena solo fino a 32.000 euro. In questa area il problema principale non è tanto il cambio di aliquota, quanto il rischio che un aumento di stipendio faccia ridurre o perdere, in tutto o in parte, uno di questi benefici.
Con un linguaggio semplice, il concetto può essere riassunto così: se il contratto producesse un aumento di circa 100 euro lordi al mese, per molti lavoratori l’effetto potrebbe restare contenuto e, in diversi casi, non comportare automaticamente la perdita dei benefici fiscali. Se invece l’aumento salisse a circa 200 euro lordi al mese, per chi si trova molto vicino alle soglie dei 15.000 o dei 20.000 euro il rischio di superare il limite e vedere ridursi o assorbirsi il beneficio potrebbe diventare più concreto.
In questi casi, per non trasformare l’aumento in un vantaggio netto molto ridotto, l’incremento dovrebbe essere teoricamente abbastanza alto da compensare anche il beneficio perso. In termini puramente teorici, per chi si colloca poco sotto i 15.000 euro e rischia di perdere un beneficio annuo fino a 1.200 euro, la soglia di copertura può essere collocata, come ordine di grandezza, intorno a 130 euro lordi mensili.
Per chi si trova invece a ridosso dei 20.000 euro, non esiste una cifra unica valida per tutti, perché il passaggio avviene tra bonus e ulteriore detrazione e non coincide automaticamente con una perdita secca di pari importo; tuttavia, per evitare che l’aumento si traduca in un vantaggio netto solo marginale, può essere ragionevole ipotizzare una soglia di aumento teorica più ampia, collocabile orientativamente intorno a 200 euro lordi mensili, da leggere però come ordine di grandezza ipotetica.
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Seconda area Irpef: oltre 28.000 e fino a 50.000 euro (aliquota 33%). In questa fascia il beneficio da osservare è soprattutto l’ulteriore detrazione prevista fino a 40.000 euro. In particolare, fino a 32.000 euro la detrazione resta piena; oltre questa soglia inizia invece a ridursi progressivamente fino ad azzerarsi a 40.000 euro. In termini semplici, questo significa che, se l’aumento di stipendio arriva quando il reddito è già vicino a 32.000 euro o si colloca tra 32.000 e 40.000 euro, una parte del vantaggio lordo può essere assorbita sia dall’Irpef al 33% sia dalla riduzione della detrazione.
Anche qui si può usare lo stesso ragionamento fatto per la fascia precedente. Se l’aumento fosse di circa 100 euro lordi al mese, per alcuni lavoratori l’effetto potrebbe restare ancora gestibile, ma per chi è vicino a 32.000 euro o già dentro la fascia di riduzione della detrazione il netto potrebbe iniziare a ridursi in modo sensibile. Se invece l’aumento salisse a oltre 200 euro lordi al mese, il rischio di vedere assorbita una quota più consistente del vantaggio fiscale potrebbe diventare più evidente, pur lasciando un beneficio netto al lavoratore interessato da questa fascia.
Per questa fascia, l’aumento teorico minimo da osservare non è uguale per tutti, perché dipende dal reddito di partenza e dalla quota di detrazione ancora residua. In via puramente teorica, la quota residua della sola detrazione può essere espressa con la formula 1.000 × (40.000 – reddito complessivo) / 8.000 per i redditi tra 32.001 e 40.000 euro. Tradotto in modo semplice, ciò significa che chi si trova a 33.000 euro potrebbe aver bisogno di una copertura teorica di circa 110 euro lordi mensili, chi si colloca intorno a 35.000 euro di circa 80 euro lordi mensili, mentre chi è vicino a 38.000 euro potrebbe avere bisogno di circa 30-35 euro lordi mensili solo per compensare la quota di detrazione che rischia di ridursi, senza considerare addizionali e altre variabili.
Per questo, se l’obiettivo è evitare che l’aumento si traduca in un vantaggio netto troppo ridotto, per i lavoratori più esposti di questa fascia può essere ragionevole ipotizzare una soglia teorica collocabile orientativamente tra 220 e 280 euro lordi mensili, da leggere però come semplice ordine di grandezza e non come cifra valida in modo uniforme per tutti.
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Terza area Irpef: oltre 50.000 euro (aliquota 43%). In questa fascia il problema dei bonus fiscali ordinari si riduce molto, perché la maggior parte dei benefici fiscali richiamati in precedenza non sono più operanti. Per questo il tema non è tanto la perdita di bonus come nelle fasce precedenti, quanto il peso dell’aliquota marginale più alta e, per chi si colloca a ridosso dei 50.000 euro, l’eventuale uscita dalla detassazione delle accessorie.
Anche qui si può usare lo stesso ragionamento. Se l’aumento fosse di circa 100 euro lordi al mese, per chi è già oltre i 50.000 euro l’effetto sarebbe soprattutto quello di una maggiore tassazione, senza particolari perdite di bonus ulteriori. Se invece l’aumento riguardasse un lavoratore che si trova appena sotto i 50.000 euro e lo facesse salire oltre la soglia, il punto da valutare sarebbe la possibile perdita del beneficio legato alle somme accessorie, oltre al maggiore effetto della tassazione IRPEF.
In questa fascia non esiste una cifra unica valida per tutti, perché la copertura dipende anche dall’ammontare delle accessorie effettivamente percepite. Per i lavoratori più esposti si può quindi indicare solo, in termini molto generali, un ordine di grandezza prudenziale oltre 200 euro lordi mensili. Tenendo conto sia della valutazione di massima richiamata da Militari Amministrativa sia delle ipotesi teoriche formulate per le diverse fasce di reddito, una soglia orientativa di 250-300 euro lordi mensili può quindi essere letta come un ordine di grandezza teorico utile, in molti casi, a rendere l’aumento più percepibile sul netto e a ridurre il rischio che il prossimo rinnovo venga considerato poco convincente sul piano economico.
Vale la pena ricordare che, alla conclusione del precedente rinnovo contrattuale, USAMI aveva criticato con forza gli effetti fiscali del rinnovo 2022/2024, richiamando in più occasioni il tema del fiscal drag e pubblicando anche una tabella sulle possibili perdite del netto percepito. Per questo lo stesso tema torna oggi di stretta attualità e rende necessario, per coerenza, chiarire quali importi possano evitare che eventuali aumenti più consistenti finiscano per ridurre o assorbire parte dei benefici fiscali. In assenza di un prospetto credibile su questo punto, il rischio è che la richiesta di maggiori risorse venga rappresentata solo in parte, senza misurarsi fino in fondo con quegli effetti fiscali che in passato erano stati posti al centro di quella critica verso un rinnovo ritenuto, sotto il profilo economico, non pienamente soddisfacente.
Alla luce delle ipotesi teoriche richiamate nelle diverse fasce di reddito, si può sostenere che, se il precedente rinnovo è stato criticato anche per l’effetto fiscale prodotto da aumenti ritenuti troppo contenuti, un esito analogo potrebbe riproporsi anche nel contratto 2025/2027 in assenza di un incremento davvero significativo delle risorse. Del resto, qualunque aumento contrattuale tende comunque a tradursi, per il personale interessato e in misura diversa a seconda della fascia di reddito, in un netto inferiore rispetto al lordo preventivato, proprio per effetto del prelievo fiscale. Il punto, quindi, non è negare questo dato di realtà, ma capire quando il peso combinato di Irpef, fiscal drag, possibile assorbimento di benefici fiscali e perdita di potere d’acquisto finisca per comprimere troppo il vantaggio percepito. In questa prospettiva, se si assume come riferimento anche la richiesta di 200 euro netti medi mensili richiamata in alcuni resoconti sindacali del confronto in Funzione Pubblica, si può ritenere che, per il personale più esposto agli effetti fiscali e all’inflazione, anche quella soglia possa risultare, in diversi casi, non ancora sufficiente a rendere l’aumento pienamente percepibile.
In attesa dei prossimi passaggi
Alla luce dei documenti e dei comunicati fin qui diffusi, un punto appare comunque chiaro: il rinnovo 2025-2027 non si muove ancora dentro un quadro politico e sindacale stabilizzato e definito.
Da una parte c’è chi ritiene indispensabile attendere nuove risorse e guarda alla prossima legge di bilancio come al passaggio decisivo. Dall’altra c’è chi appare disposto a chiudere solo in presenza di garanzie credibili su previdenza dedicata e misure strutturali. Sullo sfondo restano le mobilitazioni già annunciate, il confronto interno tra le sigle e la necessità, per il personale, di capire quale impatto reale potrà avere questo rinnovo sulle retribuzioni.
Nelle prossime settimane sarà quindi soprattutto l’evoluzione del quadro politico, finanziario e sindacale a chiarire se il negoziato potrà avviarsi verso una chiusura oppure se, anche alla luce dell’attesa per la prossima legge di bilancio, i tempi finiranno per spostarsi più realisticamente verso l’autunno o la fine dell’anno 2026.
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