Il TFS torna al centro del dibattito e, a ben vedere, non ne è mai uscito, alla luce dei recenti sviluppi giudiziari. Con l’Ordinanza n. 25/2026 (camera di consiglio del 12 febbraio 2026) la Corte costituzionale non decide subito nel merito, ma imbocca una strada diversa: rinvia la trattazione al 14 gennaio 2027, offrendo al legislatore un’ultima finestra per intervenire con una riforma organica dei tempi di pagamento.
TFS, dai TAR alla Consulta: una questione aperta da anni
I TAR Marche, Lazio e Friuli-Venezia Giulia hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale su due pilastri della disciplina vigente: il differimento della liquidazione del TFS e la rateizzazione per scaglioni di importo.
Il cuore della contestazione riguarda l’effetto della dilazione sul potere d’acquisto: se il pagamento slitta e si spezza in più tranche, senza correttivi, il TFS rischia di perdere valore nel tempo. Per i giudici rimettenti, proprio l’assenza di un meccanismo di rivalutazione monetaria rende il differimento una compressione non più sostenibile del credito maturato.
Perché la Corte non ha deciso subito – Il precedente: sentenze 159/2019 e 130/2023
La Consulta richiama il percorso già tracciato. Con la sentenza n. 130/2023 ha ribadito che la giusta retribuzione ex art. 36 Cost. riguarda anche la tempestività della corresponsione, e che il differimento del TFS, specie quando sistemico, crea un vulnus. Tuttavia, già allora la Corte aveva evidenziato che il “come” correggere il sistema implica scelte e coperture che spettano al legislatore.
Nell’ordinanza 25/2026 la Corte torna sullo stesso punto: una decisione che cancellasse subito queste regole produrrebbe effetti retroattivi e renderebbe immediatamente esigibili molti trattamenti, con un impatto di cassa significativo. In questa chiave va letto anche il ruolo delle difese dell’INPS, che richiama la sostenibilità e quantifica l’effetto di cassa in caso di rimozione dei meccanismi dilatori: un passaggio che avevamo già ricostruito qui: TFS a rate, Consulta: la memoria INPS. Per questo la Consulta ritiene costituzionalmente necessario consentire una programmazione graduale e sostenibile.
Cosa cambia (e cosa no) per chi va in pensione
La Legge 30 dicembre 2025, n. 199 (Bilancio 2026) ha introdotto una correzione, ma parziale: dal 1° gennaio 2027 il termine di liquidazione (art. 3, comma 2, d.l. 79/1997) passa da 12 a 9 mesi, solo per chi matura i requisiti di pensionamento a decorrere da quella data. Resta fermo l’ulteriore termine di tre mesi per la corresponsione delle somme.
Per ora, e in attesa di una riforma organica, la rateizzazione per scaglioni (50.000/100.000 euro) prevista dal d.l. 78/2010 non viene modificata e resta uno dei nodi che la Corte chiede di affrontare in modo strutturale.
Perché il rinvio al 14 gennaio 2027 è un “ultimo avviso”
La Consulta, richiamando lo “spirito di leale collaborazione istituzionale”, rinvia la causa per verificare se, entro quella data, il Parlamento avrà varato una riforma che pianifichi la rimozione di differimento e rateizzazione “entro un orizzonte temporale definito e ragionevole”, evitando soluzioni traumatiche per i conti pubblici.
Approfondimento:
Corte costituzionale – Ordinanza n. 25/2026.
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